13 ottobre 2008 |
Attualita
In queste ultime settimane mi sto dando da fare per fondare la sezione italiana dell’associazione gay aziendale. Qualche giorno fa sono stato contattato da un collega ungherese, il quale mi domandava come mai qui siamo solo in tre iscritti, mentre moltissimi altri paesi viaggiano tra i trenta e i cento. Nessuno capace di avvicinarsi nemmeno lontanamente ai cinquecento iscritti degli Stati Uniti, ovvio, ma son numeri più che dignitosi (e comunque sappiate che gli ungheresi sono sei volte più numerosi dei tre ardimentosi di queste parti).
Ho provato a spiegargli per quanto potevo la magra situazione italiana, e il papa e la carfagna e compagnia, e lui, pur simpatizzando, mi è sembrato un poco perplesso. Ok, dice, voi avete una serie di sfighe non da poco, però non è che l’Ungheria sia questo gran paradiso di progressismo e liberalismo occidentale, eppure siamo già una squadra di calcio, allenatore e panchina compresi.
E io muto. Adesso comunque gli giro questa (lui parla e legge perfettamente l’italiano) così capisce un poco meglio come mai qui non si gioca a calcio, ma al massimo a dama.
Col terzo che guarda, sperando di non essere riconosciuto.
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Ma nonostante tutto ancora ieri sera in TV qualcuno diceva che in Italia non c’è omofobia!
Anzi nella storia non è mai esistita visto che, a differenza dei paesi anglosassoni, non abbiamo mai avuto leggi che punivano l’omosessualità.
Queste tesi così ottimistiche le ha formulate la professoressa Scaraffia ieri sera a “tatami”, il progamma di Camila Rav”qualcosa” su rai tre!
Insomma…. secondo il tuo collega e secondo questa signora, ci stiamo facendo paralizzare da una paura ecessiva nei confronti di una società che invece sarebbe più che accogliente!
Io non lo credo. Non credo che stiamo qui a frignare come i bambini che hanno paura del buio.
Ha ragione la signara Scaraffia quando dice che non ci sono state leggi che punissiero l’omosessualità in italia. Però, spero in buona fede, si dimentica i gay mandati al confino o quelli più democraticamente curati con l’elettroshock.
Stessa cosa vale per i giorni nostri. Non c’è omofobia (dicono) però ogni settimana c’è qualche dichiarazione che ci definisce “fuori natura”, “amori deboli” o cose peggiori alla gentilini.
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Scusa Mark , ” la sezione italiana dell’associazione gay aziendale ” cosa sarebbe ?
A volte il problema di non avere affiliati è dovuto a una mancanza di conoscenza da parte dei potenziali interessati .
Ce ne vuoi parlare più approfonditamente ?
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Non mandargli niente. Dopo il breve chiarimento iniziale sul perché così pochi iscritti italiani, l’ungherese non vuole più sapere perché la situazione dei gay in Italia sia difficile. Lui ora vuole sapere cosa vuoi fare tu per migliorarla. Ulteriori spiegazioni ti farebbero apparire lagnoso e in cerca di scuse, se non di consolazione. Parla poco e proponi molto. Never explain, never complain.
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Però, aggiungo una cosa: scusami il tono saccente in questa mia di sopra. Troppe frequentazioni con gelidi stranieri hanno guastato il mio caldo cuore italico.
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GMR, tranquillo che non gliela mando. Come ti dicevo al telefono, vado per fare, non per lagnarmi del destino cinico e baro. Per quanto riguarda il tuo tono saccente e millenarista, è una delle tue tante personalità multipolari che tanto mi piacciono…
Asha, la mia azienda è impegnata nel difendere tutti i tipi di diversity e nel promuovere l’associazionismo, anche della comunità GLBT interna. Il che, oggi come oggi, è un privilegio che non mi voglio lasciar sfuggire. Il mio primo problema è proprio quello di pubblicizzare il più possibile l’esistenza di questo gruppo: stiamo cominciando con delle conference calls a cui ci si può collegare anche in modalità anonima.
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Giusta la definizione di “millenarista”. Ci penserò.
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scusa, io vivo a budapest.
puoi ricordare al tuo amico ungherese che l’ultimo gaypride ungherese (3 mesi fa) vedeva la presenza di 350 manifestanti e 700 contromanifestanti (con un’aggressività che in italia non immaginiamo neanche, l’anno prima mi hanno lanciato le uova), con un bilancio finale di 11 feriti?
nella mia azienda ungherese par ci siano 3 gay, appena provo a parlare di “gay” con loro, scappano in bagno (non tutti assieme!). Appena qualche collega donna prova a evidenziare che loro sono molto gay, iniziano a stocchicciarla e a darsi improbabili pose da latin lover (etero), tanto che la collega donna puntualmente si mette a ridere visto che il tutto pare troppo assurdo e imbarazzante.
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Flop, il mio collega probabilmente tutto questo lo sa bene. La questione vera è: come mai, a parità di ambiente e microclima favorevole, due filiali estere di una multinazionale (la quale sa perfettamente che i dipendenti, dopo il coming out, rendono il 30% in più e non lasciano l’azienda per la concorrenza) hanno numeri così macroscopicamente diversi?
Perchè quella italiana, grande 4 volte l’ungherese, ha solo 3 iscritti invece di venti?
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ah, certo: la loro è codardia “evolutiva” (nel senso che passerà col tempo e coi tempi: loro son partiti tardi ma hanno una spinta cosmopolita fenomenale), la “nostra” è atavica (un misto di etica traballante, civismo inesistente, apologia del disimpegno, compresa una matrice vagamente mafiosa-familista che fa tanto aria-di-casa).
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Il fascino della lagna rimane irresistibile.
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pure quello di passar il tempo ad essere superiore ai punti di vista altrui, senza peraltro illustrarne uno proprio. sto eliminando il 90% delle mie letture di siti italiani proprio per questo “feeling” di superiorità ed arroganza che proprio non ce la faccio più a tollerare, cercavo proprio un pretesto per interrompere la lettura anche di questo. grazie mille.
(a prate tutto grazie mille sinceramente anche agli altri per i mesi di letture, opinioni e ragionamenti interessanti).
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Caro Flop, se ti riferisci a me, la proposta fattiva era implicita ma intuibile nei miei messaggi precedenti. Ora sarò più esplicito e violerò la regola che mi sono dato di piantarla di spiegare tutto per filo e per segno (never explain). Cosa fare? Presto detto: 1) lasciare da parte i giudizi negativi (sia pure giustificati), perché alla lunga impediscono di concentrarsi sulla ricerca delle cose da fare per migliorare il problema della discriminazione anti-omosessuale; 2) lasciare da parte lo scavo morboso e l’analisi ossessiva delle cause che sarebbero all’origine del problema discriminatorio; più precisamente, non illudersi che la soluzione salti fuori scavando come entomologi nei meandri del carattere nazionale italiano o della storia d’Italia o del cattolicesimo o altro; al contrario, queste analisi producono un fatalismo inerte e sterile, esemplificato dal tuo ultimo catastrofico commento; 3) è tassativamente proibito lagnarsi in pubblico (never complain): il lamento nasconde il desiderio di cercare scuse, o peggio la speranza che salti fuori qualcuno a consolarci, asciugarci le lagrime e risolvere i nostri problemi; 4) gli stranieri, anche quelli di sinistra, non sono interessati ai nostri problemi personali con la nostra cultura, la nostra storia o la nostra difficoltà di sentirci italiani. Alla lunga, anzi dopo pochi minuti, le tirate anti-italiane degli italiani li lasciano perplessi, infastiditi e diffidenti. Quanto all’arroganza, ti assicuro che non lo ho imparata in Italia. Ti saluto. Se poi non ti riferivi a me, tanto meglio.
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Mark, ho fatto più o meno la tua stessa esperienza nella mia azienda. Anche in condizioni di massima apertura aziendale (per quanto riguarda le politiche mondiali del personale) e di anonimità, praticamente nessuno esce allo scoperto. Tempo fa fu tentato un coordinamento italiano per i dirigenti (il Primo network) ma fallì miseramente. Era centrato molto su Milano, ed io che sono a Roma non riuscii a partecipare. Oltre al lodevole sforzo volontario, mi chiedo quali iniziative si potrebbero pensare per mettere la cosa all’attenzione delle varie direzioni delle risorse umane che sono molto collegate tra di loro, e in fondo dovrebbero vedere il problema su un piano più razionale.