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Spalle al muro

Davvero, non è proprio necessario che me lo veniate a dire voi. Lo so perfettamente da me, che Renato Zero è una roba indifendibile. Indifendibile e irritante. Le sue ultime dichiarazioni mi fanno l’effetto delle unghie che graffiano la lavagna. E volevo scriverne, perchè i miei 13 anni sono stati terremotati da Zero. Sarà puerile e non mi darà l’allure di fine buongustaio, ma Renato Zero io l’ho amato con le viscere, come non ho più amato (musicalmente parlando) nessuno. Questo volevo raccontare a chi, negli anni ’70, non c’era, o era troppo piccolo per ricordare: e so già che sarò un poco più lungo del solito, ma questa è proprio una cosa che mi tocca profondamente, e insomma, io ci sto ancora più male perchè non dovete credere a quelli che lo liquidano da sempre come un mariomerola col rossetto, come un guitto melodico di nessuna importanza.

Zero, invece, è stato qualcosa di molto importante per la musica italiana. L’ha afferrata senza tanti complimenti, smontata e sovvertita, e dopo di lui nulla è stato più come prima. Per alcuni magici anni – 1977, ‘78, ‘79 – ha sfornato tre capolavori pop che sono tra i migliori dischi italiani di sempre, con arrangiamenti che ancora adesso sono insuperati, testi urticanti, cattivi, anarchici, libertari, emozionanti, uno sberleffo contro tutte le convenzioni. Uno squarcio nella cartapesta degli orripilanti e noiosissimi cantautori politici da una parte e uno schiaffone all’anemica musichetta di superclassificashow dall’altra. Un talento strabordante e fecondissimo, che quelle merdine degli amicidimaria che ci ritroviamo oggi non lo vedono nemmeno col cannocchiale. Questa cosa non la dice mai nessuno, ma sarebbe ingeneroso non riconoscergliela.

Si travestiva, ancheggiava, a volte era davvero greve. Trampoli, rossetto, e per contrasto una voce che ruggiva. Non avevo bisogno di sapere se fosse gay o meno. Del resto, nemmeno io avevo il coraggio di ammetterlo con me stesso. Non era semplicemente gay: era qualcosa di più, era dalla mia parte, e sentivo che forse ci voleva più coraggio a travestirsi che a fare il militante e confessare il sesso con uomini (cosa che peraltro fece, in un’intervista a Roberto Gervaso che ancora ricordo. E potete immaginare quanto mi impressionò).

Quel Renato Zero lì io lo amo ancora, lo ascolto ancora. Il “perverso polimorfo” non ha perso un grammo della sua modernità, del suo straordinario magnetismo, della sua carica trasgressiva e rivoluzionaria (e questo la dice lunga su come siamo ridotti oggi. Ma non credo sia una sua responsabilità, almeno questo).

Poi è successo qualcosa. Lo Zero anarchico – conservatore (perchè conservatore, e religioso a modo suo, lo è stato sempre: anzi, la commistione ambigua tra le due anime era ciò che lo rendeva davvero originale e “italiano”) è andato in testacoda. Dai primi anni ’80 smette di ruggire, s’imbolsisce, la sua musica si sclerotizza. Comincia a cantare avemarie imbarazzanti. L’originale sembra sostituito da un sosia, da un baccellone disilluso, dal fantasma di quello che era. L’iconoclasta di genio scompare per sempre. Suo il diritto di crescere e di evolvere, mio il diritto di rimpiangere la sua unicità.

Ma la verità è che Zero era un irregolare che dava fastidio a tantissimi anche allora. Il primo Zero, quello più oscuro e malato, quello che con la sua ambiguità nevrotica e irrisolta diventava sin troppo rassicurante per i “normali”, non poteva piacere a quella gran parte del movimento gay alla ricerca di una omologazione il più indolore possibile. Agli irriducibili della causa, invece, Zero dava già noia per quel suo continuo danzare sul filo dell’equivoco senza mai metterci la faccia veramente. Per la sua presunta, furba ipocrisia.

Io credo che se c’è una categoria che può permettersi di giocare con l’ambiguità sessuale, di dire e non dire, di camminare sul filo, quella è proprio la categoria degli artisti. Non necessariamente per malafede o per tornaconto, ma magari anche solo per la sacrosanta ambizione di essere qualcosa di “altro” rispetto a un Tom Robinson. Proprio per questo non ho mai sopportato le prefiche del coming out “politico” a tutti i costi, che adesso passeggiano tranquille ai Pride ballando Lady Gaga e non si sforzano di immaginare quanto coraggio sia servito a un giovanissimo coatto travestito negli anni del centralismo democratico e delle Fiat 127.  Ma quello che Zero va dicendo adesso è peggio che irritante. E’ patetico. E io chiudo internet, alzo il volume di Zerofobia e faccio finta che quel grasso, triste signore sopravvissuto a sè stesso sia un’altra persona.

E, davvero, lo è.

13 commenti a “Spalle al muro”

  1. Scusa Mark, ma su una frase avrei una cosina da dire:
    “(e questo la dice lunga su come siamo ridotti oggi. Ma non credo sia una sua responsabilità, almeno questo)”
    Ecco, sarà polemica la mia, ma insomma, se oggi siamo ridotti come siamo, di chi è la responsabilità se non di personaggi pubblici importanti come lo Zero, che ha deciso che nascondersi, rinnegare, negare, offendere chi è come lui, era meglio invece di dire, lottare, aiutare a capire?
    Tutti quelli che come lui avrebbero potuto davvero portare l’opinione pubblica in un posto migliore di quel deserto in cui si trova adesso, non hanno alcuna responsabilità?

    Il coming out a tutti i costi può non andare bene, ma forse meglio stroppiare su quello che sul fomentare vergogna e violenza. O no?

    ale di gangi | 16 luglio 2010 | 09:15

  2. Comincia a sentirsi la mancanza di un tasto “like”, qui.

    Paolo Colonna | 16 luglio 2010 | 10:38

  3. Mark, condivido praticamente tutto quanto scrivi.
    Zero era un artista certamente grossolano e popolare, ma ho amato la potenza destabilizzante del suo personaggio, il coraggio di certi suoi testi. E ricordo il conforto che mi dava il suo sfrontato invito ad essere caparbiamente ciò che si è…
    Poi tutto è cambiato e lui pure: è la sua intera generazione che ha tradito.
    Dove sono le illusioni e i sogni per i quali quei giovani sembravano pronti ad immolarsi? Cosa sono stati capaci di costruire?
    Ha ragione Ale: la responsabilità della situazione di oggi è anche e soprattutto di chi non si è limitato a gettare la spugna ma anzi si affanna a rinnegare… Tristi vecchietti che all’avvicinarsi dell’Inferno giocano la carta dell’abiura sperando nella redenzione.

    stefanorfeo | 16 luglio 2010 | 14:29

  4. Non ho mai sentito nessuna donna dire “quanto mi farei Renato”, ho sentito tutti ribadire “quanto è frocio Renato”.
    Quanto a lui sta diventando solo una gonfia suora laica.

    Portinaio | 16 luglio 2010 | 21:59

  5. Tanto di cappello, mister Mark. Il post più lucido e intelligente che abbia mai letto su Zero. Ormai scrivi di rado, ma quando lo fai sul serio vale sempre la pena.

    Gigi | 17 luglio 2010 | 00:59

  6. L’ipocrisia e’ sempre qualcosa dall’effetto urticante e dal sapore amarognolo , ma certamente ci siamo abituati ad averci a che fare .
    Le dichiarazioni sono certamente ridicole e insostenibili , ma forse sarebbe meglio lasciar perdere .
    Si innamora delle donne , ma guarda caso un figlio lo ha ” adottato ” piuttosto che produrlo in casa con una delle sue fiamme . Certo la convivenza e’ difficile : chi lascia aperto il tappo del dentifricio , chi ti ruba il rossetto .
    Velo pietoso anche sulla pensione di 800 euro al mese . Il mio pensiero corre principalmente a chi di noi a quella pensione non arrivera’ mai e non potra’ integrare neanche con una comparsata televisiva ben pagata o una nuova intervista con identita’ nuova di zecca .
    Chissa’ , magari lo scopriremo totalmente vergine e in preda alle visioni mistiche !

    PAOLO | 18 luglio 2010 | 13:41

  7. Ma si, anche per me Zero e’ stato quello nella mia adolescenza.

    Pero’, per me era grandissimo proprio perche’ incarnava la giustificazione ad essere quello che sono su questa terra.
    Cioe’: in maniera inconscia quello che mi dicevo e che mi dava sollievo e forza era era “se un omosessuale come lui e’ amato e idolatrato da tutti, allora forse io non sono cosi’ sbagliato”.

    Quindi, il suo rinnegare quello che da sempre per me era la quintessenza del suo “messaggio” e’ troppo, ma troppo grave. Non posso perdonarglielo. E la mia disistima e’ retroattiva.

    Nel post dici “forse ci voleva più coraggio a travestirsi che a fare il militante e confessare il sesso con uomini”
    Zero ci ha fatto capire chiaramente che ci vuole piu’ coraggio, in questa Italia di oggi, a fare un semplice coming out.

    vinz | 20 luglio 2010 | 15:24

  8. Un’altra piccola nota; non concordo su quelli che consideri i tre capolavori di Zero…a giudicare dagli anni che citi, ti riferisci a Zerofobia, Zerolandia ed Erozero(addirittura?!).

    Io ritengo che i suoi capolavori siano Trapezio e Zerofobia: gia’ in Zerolandia quella carica sovversiva ed originale si stava edulcorando…

    vinz | 20 luglio 2010 | 16:13

  9. Sugli album dissento. “Trapezio” è un buon disco, a tratti ottimo, con alcuni picchi e alcune canzoni non messe a fuoco (“Hanno arrestato Paperino”, “Metrò”). I 3 successivi (sì, esattamente quei tre) sono i tre migliori in assoluto. “Erozero” è un gran disco, a mio avviso migliore di “Zerolandia”: “Fermoposta” e “RH Negativo”, da sole, valgono l’intero lavoro. Ma se andiamo avanti finiremmo impallinati dal buon Frank Zappa: “parlare di musica è come ballare di architettura”, diceva, e in fondo son gusti.
    Per tutto il resto del tuo commento, sfondi una porta aperta.

    Mark | 20 luglio 2010 | 21:04

  10. Eh, mi accodo a vinz sulla “trilogia” da spostare un po’ più in basso.
    Non so, credo che sia fondamentalmente una questione di età.
    “Trapezio” e “Zerofobia” sono due ottimi lavori, con la grande sfacchinata di Piero Pintucci nell’arrangiamento degli archi (soprattutto in zerofobia) ai quali aggiungerei “Invenzioni” per la perfetta collocazione temporale.
    Già in “Zerolandia” si sentono le prime avvisaglie del Profeta Fiacchini e, lo confesso, quando è finita “La favola mia” durante il mio primo ascolto dopo aver portato a casa l’LP, ho pensato che qualcosa fosse finito.
    Renato Zero cominciava a elevarsi a Messia, portando la sua vita ad esempio quando per me era chiarissimo che la sua vita era (e sarebbe sempre dovuta essere) quella che non piace alle mamme, la versione “de noantri” della “Wild Side” di Lou Reed.
    Riconoscevo che il rock’n'roll doveva per forza essere trasgressivo e quella canzone mi faceva crollare tutto. A risollevare le sorti, nello stesso disco, c’erano “Triangolo” e “Sesso o Esse” ma oltre ad essere bruttarelle, non riuscivano più a convincermi nonostante una innegabile frizzantezza. L’incipit de “La Favola Mia” era troppo invadente. Non era più “Il cielo”: Renato non mi stava più dicendo che era giusto alzare gli occhi per sopravvivere, bensì mi stava dicendo che lui era “via verità e vita”, che sotto quella maschera c’era un uomo, un uomo che io non volevo avere nè vedere perché io cercavo un ribelle, cercavo Renato Zero.

    Ed “EroZero”, che io sentii distrattamente, non riuscì ad interessarmi per nulla. Quando la radio passava “Il Carrozzone” e “Baratto” non facevo che confermare la mia idea.
    Poco tempo dopo nacquero i sorcini ed io presi le distanze dedicandomi a qualcuno in cui potessi riconoscermi (in Italia Faust’O, Garbo, Krisma, GazNevada, Neon ecc..) lasciando quell’uomo piangere da solo dietro la sua maschera.
    A trent’anni di distanza, è sotto gli occhi di tutti la mia lungimiranza.
    :-)

    Joyello | 21 luglio 2010 | 15:21

  11. allora, cera una volta un incendiario che, sentendosi approssimare la morte, volle diventare pompiere….

    pio | 24 luglio 2010 | 17:21

  12. ma nn so a volte certe cose che dice sono veramente contradditorie… ma poi mi dico che molte cose vanno anche prese con le pinze xkè quello che dicono certi giornali è poi sempre travisato o cambiato! cmnq penso che l’ età e la maturità quindi porti acerti cambiamenti e ad essere meno travolgenti chi di noi può dire che nn sia così anche per noi…e poi c’e un pò anche il discorso del “proteggere” una famiglia che forse è dietro …continuo ad amare renato per quello che è stato ma anche per quello che è anche se ogni tanto un pò di delusione c’è ma nn rinnego quello che è stato per me e certe emozioni che cmnq mi suscita ancora …poi preferisco nn dare giudizi definitivi sugli altri chi siamo noi per farlo? “chi più chi meno” qulache volta tutti abbiamo fatto qlk compromesso o nn ammesso di essere qll che è veramente e parlo in tutti i campi…

    marco | 4 agosto 2010 | 19:54

  13. Bravo Mark, molto bello il pezzo che condivido in toto, a parte forse il passaggio sulla non necessità di un coming out politico. In Italia ce n’è bisogno eccome.

    Anellidifum0 | 16 agosto 2010 | 00:02

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