13 gennaio 2009 |
Cultura
Domanda del giorno: esiste ancora una cultura gay? E se sì, in cosa consiste? Nell’invitare Fabrizio Corona come superospite delle nostre serate in discoteca? O nell’incoronare come futura icona frocia la cugina più tamarra di Britney Spears e Christina Aguilera?
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Beh, se la cultura gay è fatta di serate in discoteca, allora anche Fabrizio Corona ha un suo perché.
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E il perché quale sarebbe? Che è “fico”? Ma non sarebbe meglio invitare qualche altro bellone alle serate gay, che possibilmente non ricatti la gente per comprarsi le Porsche?
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Ma che bella discussione! La cultura gay è stata uccisa, dai gay stessi a mio avviso.
Alcuni esempi? Nei locali ormai le serate che “tirano” sono le feste orsi, che a mio avviso rappresentano la morte della cultura gay. Infatti il movimento orsi cerca di scimmiottare (perché per sempre di una bassa imitazione si parlerà…) dei canoni di mascolinità (barba, camice a quadri da boscaiolo, capellini da baseball che già a 16 anni sei fuori tempo massimo…) di matrice e di estetica eterosessuale. Le serate orsi mi dicono che i gay vogliono diventare etero. E da questa partenza che razza di (contro) cultura vuoi produrre? Inoltre uno degli elementi di forza della cultura gay era l’esaltazione della diversità. E invece il movimento orso ha imposto delle categorie dove rinchiudere le persone, delle definizioni strette per ingabbiare le persone. O sei orso o sei cacciatore.
Hai ragione a fare gli esempi pop della musica. Lady Gaga, Britney, o la snervante Katy Perry queste sono le cantanti di riferimento dei giovani gay. Vi rendete conto che alla maggior parte dei giovani gay non sente il bisogno di cercare canzoni che parlino ESPLICITAMENTE di amore gay e non di una fantasia-notturna-post-caponata-di-cozze tipo “ I’ve kissed a girl”? Molti gay non solo non conoscono, ma non si emozionano con le canzoni di Antony, di Rufus, e di altri gay che cantano l’amore omosessuale. Io ho 36 anni e mi ricordo che negli anni ’80 avevo bisogno di “definirmi” in quanto omosessuale perché i media non ne parlavano molto come fanno ora. Avevo bisogno di cercare modelli “diversi”, “alternativi” che mi aiutassero a riconoscere la minoranza di cui sentivo di far parte, soprattutto in quanto non mi riconoscevo nella maggioranza. Mi spiego? E in quegli anni personaggi come Boy George erano catartici per rivendicare una nostra alternativa, una nostra differenza in quanto gay.
Ma ora anche i miei nipotini sanno chi è un gay (e non a causa dello zio, scemi!). Quindi è venuto a mancare l’esigenza di m
Credo che stonewall in poi la nostra accettazione (diritti civili, riconoscimento pubblico etc) abbia richiesto un pezzo da pagare: la perdita della valenza del movimento gay portatore di contro cultura. Per poter appoggiare le chiappe nella “società civile”, dovevamo smettere di fare paura, smettere di essere così diversi, smettere di portare modelli sovversivi e alternativi. E tanti gay secondo em hanno fatto la scelta (soprattutto in italia): uniformiamoci all’etero cultura, così posso scopare con gli altri maschi senza che nessuno mi rompa i coglioni. Insomma l’essere gay è stato ridotto solo all’atto sessuale omosessuale, e non più a una diversità di comportamenti, pensieri, aspirazioni e modelli. Per poter essere accettai i gay hanno dovuto cominciare a pensare, vestire, comportarsi come gli etero. E cosa è stata sacrificata: la nostra estetica, la nostra cultura, i nostri valori.
So che su questo sito ne abbiamo parlato altre volte ma basta leggere gli annunci in rete tutti carichi di farse omofobe: no checche, solo maschili, etc
I gay hanno introiettato una valenza negativa dell’essere gay. Solo chi non lo sembra sembra meritare il rispetto. Probabilmente questa “mentalità” (anche se credo di fargli un complimento definendola così) è nata negli anni ’80 in tempi di AIDS. Quando gay significava “portatore di malattia”. Forse li è nata l’esigenza di confondersi con gli etero, per non essere giudicati sulla base di un pregiudizio. Forse allora si è dovuto mettere in naftalina i vestiti glitterati con cui si andava a ballare la dance negli anni ’70!
Io probabilmente sono un vecchio nostalgico e ideologico (sul comodino tengo ancora “Elementi di critica omosessuale”) ma a me piace pensare ai gay ancora come a dei “diversi”. Il che non vuol dire migliori. Ma vuol dire che mi piace pensare di avere delle differenze sostanziali da Fabrizio Corona, anche in virtù del mio orientamento sessuale. Ma mi sbaglio probabilmente. I gay nel processo di trasformazione hanno perso la loro identità e ora vivono dei valori “universali” del 21° secolo: successo, fama, moda, denaro etc etc Insomma per concludere la “cultura gay” è stata sostituita da “consumatori gay”. Così è più facile per tutti, gay e etero.
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sono andato lungo…. mi scuso!
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Dissento assolutamente con l’idea che le feste degli orsi rappresentino la morte della cultura gay, non mi sembra che il tipico orso rientri nei canoni di bellezza dell’uomo eterosessuale cosi’ come propagandato dalla pubblicita’ (che anzi per anni ci ha imposto l’uomo metrosessuale).
L’immagine dell’uomo ipermascolino, sublimata ad esempio da Tom of Finland, e’ parte integrante della cultura gay tanto quanto i vestiti glitterati e Boy George.
Infine il comportamento sessuale libero e gioioso -quale quello raffigurato sempre da Tom of Finland per capirci- resta in qualche modo un comportamento contro-cultura e sovversivo. Da un punto di vista ideologico si potrebbe sostenere al contrario che la richiesta di matrimonio omosessuale, (che sia detto per inciso appoggio pienamente), rappresenti invece una omologazione al modello eterosessuale.
in breve, cio’ che vorrei rispondere a Cornflakes-boy e’ banalmente che la galassia gay e’ molto varia e che essere orso o leather non significa avere introiettato una valenza negativa dell’essere gay
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Nessuno tocchi gli orsi, per cortesia…
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..specialmente adesso che ho preso qualche kilo in più e ho la barbsss. BD
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Riguardo a “le feste degli orsi come morte della cultura gay”, io penso che lo diventino al momento in cui la “serata orsa” cessa di essere un momento di aggregazione alternativo e diventa la semplice variante per i gay più palestrati/grassi/pelosi/adulti della serata fashion con le bimbette vestite D&G. E visto che le serate orse ora sono più “di moda” e quindi di massa, il rischio è quello.
Anche nella “nightlife” può esserci “cultura”, è chiaro, e storicamente c’è stata: ma dal momento in cui la serata in discoteca allo scopo principale di rimorchiare diventa l’unico momento aggregativo e comunitario per persone che nel resto della loro vita si nascondono o non rivendicano nulla, la morte della cultura gay c’è eccome, e CFB ha ragione.
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E sia chiaro, parlo da persona che nei locali ci passa ancora (e spesso guardandosi intorno – anche se invano), quindi c’è anche autocritica nelle mie parole.
Però quando succede, come qualche settimana fa, che in una serata in discoteca organizzata da un’associazione viene interrotta la musica per 5 minuti 5 e un membro dell’organizzazione fa un breve saluto e accenno alle ultime dichiarazioni del papa, ecc, e vedi la gente che già dopo 2 frasi si guarda intorno annoiata e disinteressata, ecco la rabbia è forte.
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Susan Sontag alla fine degli anni 60 parlava di gusto Camp e lo attribuiva molto alle comunità gay.
Lo individuava come gusto per l’artificio dell’esagerato. Ma anche un gusto snob, un gusto di elite.
Col passare del tempo mi sembra che quella sensibilita’ ce la siamo ritrovata sì come bandiera del gusto gay ma anche svuotata delle sue caratteristche originarie. Così adesso e’ vissuta in piu larga scala (e forse anche dalle nuove generazioni) solo per alcune sue caratteristiche piu’ macroscopiche e superficiali.
Credo che sia per questo e ci troviamo come proposte gay-oh-wow Corona o la cognata di Britney Spears. (sia chiaro non ho nulla contro Corona o la cugina Spears per carita’).
In generale forse il mondo gay ha perso la capacita di essere all’avanguardia dal punto di vista di una proposta culturale. E forse e’ solo il segno di un generale assopimento culturale che colpisce trasversalmente gay ed etero.
Il testo della Sontag
http://www9.georgetown.edu/faculty/irvinem/theory/Sontag-NotesOnCamp-1964.html
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Non volevo offendere gli estimatori degli orsi, che hanno tutto il diritto di esercitare la loro presenza nel movimento (anche senza il mio supporto).
Certo è che la “bear culture” è nata attorno alla metà degli anni ‘80 e si sviluppa nella comunità di lingua inglese statunitense, anglosassone ed australiana. Il successo repentino di tale cultura gay è legato alla contrapposizione della figura dell’orso (abbondante, rassicurante e sano) a quella del gay stereotipato (magro e in quei giorni spesso vittima dell’AIDS).
E come lo fa? Cercando di introiettare un estetica macho fatta di barbe, camice a quadri, (finta) scarsa cura del proprio fisico etc. Insomma è innegabile che gli orsi abbiano fatto un feticcio di pelo e barbe, e cioè i caratteri primari del sesso maschile. Ecco io CULTURALMENTE contesto questo! Io dico che dalla cultura gay mi aspettavo qualcosa di più. Mi aspettavo che essendo stati discriminati per anni, si potesse arrivare ad essere promotori di un processo culturale alternativo che sviluppasse le differenze invece di proporre modelli rigidi. Mi aspettavo che la cultura gay rispondesse alla cultura ufficiale maschile e maschilista con un alternativa che celebrasse il femminile. E invece no. La struttura del mondo gay ha preso l’impronta della maschilità: bisogna essere maschili, muscolosi, con barbe, pelosi, guai a essere effeminati!. Siamo anche noi vittime di una cultura che ha determinato rigidamente durante i secoli ciò che è maschile e ciò che è femminile, attribuendo HAIME’ maggiore valore alle qualità tradizionalmente maschili e determinando fin dall’infanzia ruoli sessuali ben definiti. Quello che io mi aspettavo dalla CULTURA GAY era di scardinare questi luoghi comuni sulla mascolinità dominante. Di non farli propri e di metterli in discussione. E invece sono costretto a notare (anche tra i commenti) che ancora si parla di “bimbette vestite DG”, usando il femminile cercando di togliere potere e dignità. Cosa c’è di male nell’essere effeminati e vestirsi in modo appariscente? Niente! E’ la cultura maschilista che impone dei modelli culturali per cui l’uomo deve essere villoso, forte e cattivo mentre solo le donne devono essere pazze, appariscenti e colorate. Ecco io rivendico l’assenza di una CULTURA GAY che non imponga modelli e non dia giudizi. Invece haimè mi pare che i gay si siano uniformati nel modello ufficiale proposto: il maschio deve fare il maschio per essere vincente, mentre ogni atteggiamento femminile viene condannato o fatto passare come ridicolo. Ecco io questo atteggiamento lo trovo vittima di stereotipi e mi aspettavo che i gay non ne fossero vittime. Speravo che la cultura gay promovesse un tipo di uomo rinnovato, inteso come uomo che rifiuta e rigetta volontariamente il maschilismo e i suoi condizionamenti.
Da queste considerazioni partiva la mia critica alla cultura degli orsi. Ma haimè ormai anche del mondo gay in generale. Ed è per me il motivo per cui manca una cultura gay e sembra che, come diceva paolo nel suo post, ci si appassioni a modelli che di gay (almeno per me) non hanno nulla.
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@ Paolo Colonna: per me Fabrizio Corona non è “fico”, è trash. Se la cultura gay deve ridursi alle serate in disco, ok, non capisco ma mi adeguo; e in tal caso Fabrizio Corona può andare bene per fare cultura gay, assieme a Solange e Daniele Interrante.
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Io voglio invece guardare il problema della cultura gay da un’altra angolazione: e se invece di essere noi ad esserci conformati agli altri fosse il rovescio? Mi capita spesso di vedere etero spesso con prole ‘conciati’ come fossero gay senza considerare che mi capita spesso di trovare coppie etero nei nostri locali (ed ogni volta mi chiedo che caspita ci fanno lì) e poi le nostre icone, anche quelle storiche, sono diventate anche icone etero.
Da questo punto di vista non siamo noi ad essere diventati etero-culturali ma l’incontrario.
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Paolo, conosco bene il testo della Sontag sul camp, l’avevo usato come riferimento per la mia tesi di laurea. Però la cultura gay non è riducibile al solo camp, neppure per il passato. Ne costituiva solo un aspetto.
Tornando a oggi: se lasciamo da parte le serate nei locali – considerandole periferiche alla cultura tout court – permettetemi di riformulare: esiste ancora uno straccio di cultura gay? E in che cosa consiste? Chi la fa?
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Forse sarebbe il caso di definire cosa si intende per “cultura gay”. Mi sembra che nel post e nei commenti ci si riferisca a cultura come modo di vita, ossia al modo in cui i gay vivono il loro essere gay e ai luoghi in cui ciò avviene, e non a cultura come produzione o fruizione di opere d’arte ecc. Il testo della Sontag mi sembra riferirsi a quest’ultimo aspetto: camp non è il gay che va in discoteca in boa di struzzo o in leather, ma quello che si commuove a sentire il “Casta Diva” della Callas (perché poi la Sontago consideri proprio “Norma” l’opera camp per eccellenza non me lo spiego: forse era influenzata dalla grande popolarità tra i gay della Callas, grande Norma appunto). Se quindi con “cultura” intendiamo il modo in cui i gay vivono in comune (ovvio, sennò non ha senso parlare di cultura) il loro essere gay, non vedo grandi differenze tra le serate in discoteca con i figazzi del giorno e quelle con i modelli delle discoteche newyorkesi degli anni Settanta. E se è vero che oggi relativamente pochi gay apprezzano le o si riconoscono nelle canzoni di Rufus, Anthony ecc., è anche vero che negli anni Settanta le icone gay erano personaggi tipo Gloria Gaynor (che tra l’altro in seguito si mise pure a fare tirate omofobiche). Insomma, nulla di nuovo sotto il sole…
Concordo, invece, con conrflakes_boy che rileva una sorta di omofobia latente in molti gay a cui non piacciono le “checche”, le “bimbette”, ecc. o che non vogliono essere associati a loro: la comunità gay riproduce così al suo interno forme e persino stilemi di discriminazione tipici della società machista eterosessuale. Ricordo che Stonewall fu opera in primis di travestiti e transessuali: furono loro a dare coraggiosamente addosso ai poliziotti, non i vari orsi, leather-men, macho-men ecc.
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Wow.
E io che pensavo che chiedersi cosa resta oggi della cultura gay fosse una gatta un pochino troppo arruffata per tentare di pelarla con un semplice dibattito su un blog.
Non avevo fatto i conti con i lettori di Tom: non solo ci ragionate su, ma ci aggiungete anche un binario parallelo sull’omofobia latente dei froci moderni.
Due patate bollenti al prezzo di una, siori e siore, su: comprate, comprate!
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Visto che da più parti mi si tira – e giustamente, touché – in ballo per il mio “bimbette”, ci tengo a dire che non è che non voglio mischiarmi con quello o quell’altro. O meglio, è un po’ così, ma la mia personale dose di sociopatia-crescente-con-l’età verso le persone non dipende da come si vestono, ma da altri parametri (tra i quali ad esempio c’è anche il valore che danno, al come si vestono; ma anche altro). Una “uniforme” fashion e una da boscaiolo, abbinate a un certo atteggiamento/gusti, possono irritarmi alla stessa maniera (se la marca fashion è D&G sono più irritato a prescindere, per astio politico contro quegli stilisti in particolare). Fra le cause dell’irritazione ci sta probabilmente anche una mia cattiva capacità di ambientarsi. Dopodiché, per terminare la mia breve autoanalisi, con quel “bimbette” al femminile ho dimostrato allo stesso tempo omofobia e maschilismo introiettati? Probabilmente (anche se in quella frase ragionavo per stereotipi estremi) sì. Ammazzatemi. Magari sono pronto per fare l’amico gay della Carfagna/Santanché/ecc…. (ma ahimé temo mi manchino i soldi e il fascino per il duce)
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C’è qualcosa di delirante in alcuni dei commenti. Quasi esilarante
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Mah… Si parla solo dell’Italia o in generale? Perché parlare di “cultura gay” può avere valenze molto diverse, dipende da dove ti trovi. Nel caso dell’Italia parlerei di “morte della cultura” tout court.
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molto appassionante questo dibattito, complesso ed estremamente articolato…
cornflakes_boy mi interessano molto le tue riflessioni: non le condivido (o forse non le capisco) del tutto ma trovo che l’alterità rispetto ai modelli dominanti sia un concetto nodale.
E nè gli orsi nè le bimbette mi sembrano portatori di pensieri e comportamenti originali e di rottura…
Ho letto sul sito di Repubblica il pezzo sui 50 di Barbie che denunciava la crescente stereotipizzazione nei giocattoli, molto maggiore che negli anni 70 e 80. E mi sembra che le nuove generazioni che popolano le disco gaie siano cresciute esattamente con questa radicalizzazione: da un lato chi ha assunto a modello le Bratz e le Wings, dall’altro chi preferisce giocare a fare il boscaiolo. Con buona pace delle teorie sul Terzo Sesso…
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Io ormai metto sullo stesso piano froci fashion che vestono dolce e gabbana e froci vestiti da boscaiolo. non c’è alcuna differenza. chi la vede sappia che è allo stesso livello di chi sa riconoscere se una cintura di vuitton è della cololezione primavera 2009 o autunno 2008.
sono stato ad un paio di party di butt ed era tutto un fiorire di camicie a quadri. penso che ognuno fosse convinto di essere veramente originale. peccato che fossero tutti look studiatissimi e all’apparenza uguali tra di loro. vietati i jeans dolce e gabbana ma giacche dior come se piovessero. cultura gay morta. omofobia maschilista frocia in grande ascesa.
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Trovo che parlare di “cultura gay” sia riduttivo, soprattutto per chi ne viene associato. Non credo che Pasolini, per esempio, partisse con il presupposto di creare opere specchio della sua condizione di omossessuale: guardava il mondo attraverso i suoi occhi, la sua sensibilità, il fatto che fosse gay, arricchiva la sua analisi ma non la connotava unilateralmente. La Sontag rileva delle macro-correnti di pensiero, gusto, ma da qui a parlare di cultura mi sembra si faccia un salto concettuale un po’ ardito. Ultima considerazione: è un’idea un po’ romantica quella della contro-cultura (gay o no), la creazione se originale, propria e sentita è probabilmente “contro” tutto ciò che l’ha preceduta, perchè offre nuove prospettive mai prima esplorate, o amplia visioni precedenti, ma questa non è prerogativa di gay, punkabbestia o centri sociali, è prorogativa di chi usa la propria testa.
Interessante la testimonianza della Zanicchi nazionale sulla querelle checce VS gay, cercatela!
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@Michele77
Con base nel tuo ragionamento non esisterebbero culture distinte le une dalle altre, in pratica: ci sarebbero solo creazioni originali (o meno). A me sembra che chiunque offra un contributo culturale originale lo faccia sempre a partire da un certo “luogo”. Pasolini ad es. è il primo a situare la sua arte in un contesto storico, geografico, sociale e politico ben determinato. E secondo me la sua omosessualità giocava, sì, un ruolo centrale in tutto ciò: altrimenti non le avrebbe dato tutto lo spazio che le ha dato. Forse parlare di “cultura gay” è una forzatura, ma cerchiamo di non cadere nell’errore opposto.
E comunque, se in un dato momento esiste la forte coscienza di esser parte di una cultura alternativa, come nel caso della cultura gay negli anni Settanta in certe parti degli USA o negli anni Ottanta in Germania, ad es., vuol dire che quella cultura esiste di fatto, già che i suoi protagonisti se ne considerano parte. Se uno scrittore gay americano negli anni Settanta scrive un romanzo gay convinto di far parte di un movimento culturale gay con una sua estetica, un suo modo di vita, dei valori suoi ecc., non capisco come tu possa negarlo, visto che il suo libro è scritto in primis dalla prospettiva di un gay. Certo, potrebbe trattarsi di uno scrittore che è anche ebreo o negro ecc., ma se lui considera più essenziale alla sua arte la sua omosessualità, è a partire da quest’ultima che dobbiamo cercare di comprendere tale arte, non credi?
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Mi riprometto di leggere tutti i post che mi sembrano succosi ma questa devo proprio raccontarvela. Location: strada centralissima di Palermo; x distribuisce volantini; passa y e x gli dice a freddo: “vuoi fare il modello?”. Risposta di y: “No” e tira dritto. Replica di x: “Ma almeno mi lasci il numero di telefono? guarda che sono bravA [non è un refuso: bravA]. Y tira dritto, a passo più spedito (non era neanche tanto figo….ndr). Ma che sta succedendo? Vostro, BD.