Webcam nella tomba del papa
Così, metti caso che si risvegli… e siamo sulla notizia.
Così, metti caso che si risvegli… e siamo sulla notizia.

A Single Man non è un film: è un profumo che non ha nessun profumo, ma che arriva nella boccetta più bella che ci sia.
Vi ricordate l’hanky code degli anni Settanta, il giochino dei fazzoletti colorati infilati nella tasca dei jeans per specificare i gusti sessuali? Per i nostalgici e per tutti gli altri: questi due geni si sono inventati l’hanky code per iPhone. Mai più senza.
Butt

Fantastic Man, la “rivista di moda maschile per uomini che non amano le riviste di moda”, ora ha anche un sito. Con almeno una dritta quotidiana per essere più fighi, il look appropriato per il mese corrente, e un forum dove – fra l’altro – si discetta sulle possibili contromisure per la stempiatura e sulla versione attualizzata dell’hanky code.
Per chi non lo sapesse, dietro c’è lo zampino di Gert Jonkers e Jop van Bennekom, i due sporcaccioni olandesi già responsabili di Butt. Intanto in edicola c’è il decimo numero di FM, con Ewan McGregor in copertina.
Towleroad
Secondo il dizionario, lo stile (oltre ad essere un “insieme delle caratteristiche formali proprie di un’opera artistica”) è il “modo abituale di agire, di comportarsi, di esprimersi, di vivere”. Data questa definizione, con la Prima Fiaccolata LGBT di Milano contro l’omofobia, possiamo affermare con certezza di aver dato a tutti una bella lezione di stile.
Sulle orme di quelle romane, si sono viste migliaia di belle facce e migliaia sorrisi, si sono sentite tante risate e sono scoppiati applausi corali, con una sobrietà e una fermezza che hanno lasciato tutti esterrefatti, anche i detrattori del modello “pride”. Abbiamo agito pacatamente, ci siamo comportati da cittadini consapevoli, ci siamo espressi con chiarezza cristallina, abbiamo vissuto un’esperienza spontanea che è già diventata qualcosa da ricordare.
Nella definizione di stile c’è però un “abituale” che ancora non ci appartiene. Sarebbe bello che questo modo di protestare e di rivendicare la propria presenza diventasse un’abitudine. Non dobbiamo sprecare questa occasione.
La rete ha visto nascere la fiaccolata: speriamo che la rete la faccia crescere e diventare un’abitudine.

Ma chi l’ha detto che i modelli devono essere al massimo venticinquenni? Se di anni ne hanno 37 e assomigliano a lui, per quanto mi riguarda possono continuare a fotografarli e a sbatterli in copertina fino all’eta della pensione. (Sì, questo è un post profondamente culturale, l’estate si avvicina, oggi va così).
Queerty

Sdoganato ufficialmente il foot fetish, anche in versione gay. E i “retifisti” di tutto il mondo – tra cui anche il sottoscritto – si rallegrano: siamo un branco di pervertiti piuttosto innocuo, in fin dei conti.
(*Ho preso a prestito il titolo del post da una serata a tema di un noto locale milanese.)
Towleroad
Quando è nata, in radio si sentivano Rock me Amadeus, Papa don’t preach, The final countdown, Take my breath away e West End Girls. Roba tosta. Roba da 1986.
Nella sua biografia dichiara di essere cresciuta in un appartamento di Manhattan mettendo le cassette di Michael Jackson e Cindy Lauper, mentre suo padre cercava di farle ascoltare Beatles e Rolling Stones. Riuscite a immaginarlo?
Joanne Stefania Germanotta ha da poco fatto un disco e un paio di video. Chiaramente ha scelto un nome d’arte, Lady GaGa (omaggio ai Queen: in effetti mancavano solo loro all’appello) e il suo The Fame è acclamato dalla stampa locale come un capolavoro assoluto.
La verità? Il risultato è un misto di Sabrina Salerno (c’è un brano che si intitola Boys Boys Boys, giuro), Gwen Stefani, Britney Spears, Uffie, Santogold e CSS. Un disco veramente vuoto e fintamente baraccone, accompagnato da una serie di video in cui si vede chiaramente che la ragazza non sa quello che fa (indossa degli spencer con spalline da rugbista e occhiali che nemmeno un Mivar), perfetto specchio di quanto favolosi e nulli possano essere i prodotti degli anni più vacui del secolo passato.
Insomma, un disco che è un imperdibile specchio dei tempi.
Lui sta arrivando, e vabbé: ne siamo tutti molto contenti.
Ma attenzione: tra smentite e conferme, pare stia arrivano anche LEI.
E qui occorre farsi una domanda cruciale. Credete forse che la moda sia un’amica fedele, in grado di farvi scintillare in ogni occasione e di attirare su di voi dolci sguardi ammirati? Beh, vi sbagliate: la moda ferisce e colpisce a tradimento, come un guardaroba nei colori pastello. Sembra tutto semplice e immediato, ma in realtà la catastrofe è a un passo.
L’esempio dei coniugi Beckham lo testimonia con disarmante eloquenza: si danno da fare per mostrarsi sempre perfetti, magnifici, strepitosi. Lui si presenta in campo con dei tagli di capelli che Maria Antonietta, in confronto, avrebbe potuto passare per una che si faceva le mèches in casa, mentre Victoria possiede un guardaroba taglia feto che persino Barbie Sontuosità Stellare le invidierebbe.
Folkloristici, per carità. Ma per quanto ci provino, sono sempre inadeguati.
Troppo eleganti.
Troppo semplici.
Troppo nudi.
Troppo vestiti.
Insomma, sempre e comunque fuori registro.
Ed ecco il punto: in questi tempi di sperimentale superfluo, definire un contesto plausibile per capire “come” (e se) vestirsi è diventato un’impresa titanica, in cui naufragare è purtroppo semplice come incontrare Britney Spears a una svendita di body contenitivi.
E Victoria Adams maritata Beckham è l’esempio più tragico e lampante di questo naufragio del gusto: un eccesso di eleganza, o presunta tale, fa sempre scadere nel ridicolo.
Va allo stadio in Balenciaga e Jimmy Choo, mentre le altre novantamila persone intorno a lei faticano a trovarsi addosso qualcosa di non acrilico.
Va a fare shopping a Los Angeles, una città che ha incoronato regina di stile persino Jennifer Aniston in ciabatte e pantaloni della tuta, come se fosse sempre su un red carpet: tacco vertiginoso, occhiali Cinemascope, completini in cui l’accessorio più semplice è un diadema.
Sulle sue borse ci sono più animali estinti che in una trasmissione di Licia Colò.
E se ci guardiamo intorno, anche e soprattutto nelle situazioni più prosaiche, ci accorgiamo che sono sempre di più i ragazzi e le ragazze che, come la Posh, sembrano pensare che la vita in fondo sia tutto un ricevere premi e sorridere ai fotografi: peccato che l’unica telecamera che di solito le inquadra sia quella del bancomat, di fronte alla quale posano comunque in mini di vernice, top mozzafiato e borsa di rettile.
In fondo, non si sa mai: un chilo di perle suona sempre meglio di un filo di perle.
E loro lo sanno.

Ebbene sì, ho ceduto.
Sono stufo di girare per la città con il cellulare in mano, passati i quaranta lo zainetto è un po’ incongruo, e la ventiquattrore mezza vuota è triste e ingombrante.
E ora prendetemi pure per il culo.