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The Adams Family

Lui sta arrivando, e vabbé: ne siamo tutti molto contenti.

Ma attenzione: tra smentite e conferme, pare stia arrivano anche LEI.

E qui occorre farsi una domanda cruciale. Credete forse che la moda sia un’amica fedele, in grado di farvi scintillare in ogni occasione e di attirare su di voi dolci sguardi ammirati? Beh, vi sbagliate: la moda ferisce e colpisce a tradimento, come un guardaroba nei colori pastello. Sembra tutto semplice e immediato, ma in realtà la catastrofe è a un passo.

L’esempio dei coniugi Beckham lo testimonia con disarmante eloquenza: si danno da fare per mostrarsi sempre perfetti, magnifici, strepitosi. Lui si presenta in campo con dei tagli di capelli che Maria Antonietta, in confronto, avrebbe potuto passare per una che si faceva le mèches in casa, mentre Victoria possiede un guardaroba taglia feto che persino Barbie Sontuosità Stellare le invidierebbe.

Folkloristici, per carità. Ma per quanto ci provino, sono sempre inadeguati.

Troppo eleganti.

Troppo semplici.

Troppo nudi.

Troppo vestiti.

Insomma, sempre e comunque fuori registro.

Ed ecco il punto: in questi tempi di sperimentale superfluo, definire un contesto plausibile per capire “come” (e se) vestirsi è diventato un’impresa titanica, in cui naufragare è purtroppo semplice come incontrare Britney Spears a una svendita di body contenitivi.

E Victoria Adams maritata Beckham è l’esempio più tragico e lampante di questo naufragio del gusto: un eccesso di eleganza, o presunta tale, fa sempre scadere nel ridicolo.

Va allo stadio in Balenciaga e Jimmy Choo, mentre le altre novantamila persone intorno a lei faticano a trovarsi addosso qualcosa di non acrilico.

Va a fare shopping a Los Angeles, una città che ha incoronato regina di stile persino Jennifer Aniston in ciabatte e pantaloni della tuta, come se fosse sempre su un red carpet: tacco vertiginoso, occhiali Cinemascope, completini in cui l’accessorio più semplice è un diadema.

Sulle sue borse ci sono più animali estinti che in una trasmissione di Licia Colò.

E se ci guardiamo intorno, anche e soprattutto nelle situazioni più prosaiche, ci accorgiamo che sono sempre di più i ragazzi e le ragazze che, come la Posh, sembrano pensare che la vita in fondo sia tutto un ricevere premi e sorridere ai fotografi: peccato che l’unica telecamera che di solito le inquadra sia quella del bancomat, di fronte alla quale posano comunque in mini di vernice, top mozzafiato e borsa di rettile.

In fondo, non si sa mai: un chilo di perle suona sempre meglio di un filo di perle.

E loro lo sanno.

Le nostre menti illumina

Secondo un’indagine dell’Eurispes (2006), quasi il 90 per cento della popolazione italiana si professa tuttora “cattolica”. Ma un’indagine di Critica Liberale, rivista dell’omonima Fondazione, riporta dati in calo costante: comunioni e cresime sono sempre meno frequenti e diffuse, e sempre meno numerosi i matrimoni in chiesa.

E dunque? Identità divergenti, come per Madonna: severa praticante della Kabbalah ma anche panterona del sesso over-fifty. Così i cattolici italiani: a parole omaggiano il Santo Padre, ma nei fatti vivono un cattolicesimo un po’ così. All’italiana, appunto.

Per esempio: ogni celebrazione cattolica inizia con il segno di croce. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ma che cos’è lo Spirito Santo? Quali sono i suoi Sette Doni? Qual è il “peccato contro lo Spirito Santo”, l’unico ad essere considerato davvero imperdonabile? Non si tratta di dogmi, ma dell’ABC della dottrina.

Per Marie Claire ho rivolto queste domande a un target ESTREMAMENTE trasversale: e l’abisso di ignoranza che ne è emerso è più nero dei capelli di Sarkozy.

L’articolo è sul numero di Novembre, ora in edicola: ma ve ne riporto qualche stralcio.

A UNA CENA DELLA MILANO-BENE. Casa alto-borghese.

A giudicare dal numero di borsette Gucci appese ai lati delle sedie, in pochissimi sembrano militare per Rifondazione Comunista: ma le risposte sono raccapriccianti.

“E’ quello che ha fatto partorire Maria, no?” mi dice una brillante professionista, confondendo la funzione fecondatrice dello Spirito con una banale prestazione da ostetrica. E senza neanche la partita IVA.

“Io mi ricordo che ha parlato per mezzo dei profeti”, cita un dottore commercialista dal triplo cognome, riportando un pezzo del Credo: “E con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei Profeti”. L’ereditiera-vedette della serata non è però persuasa: “Cosa vuol dire? Chi era a parlare, i profeti o lo Spirito?”. Le reminiscenze del commercialista non si spingono così in profondità: “Hai presente Ambra a Non è la Rai? Parlava lei, ma le cose gliele diceva Boncompagni. Ecco, più o meno così”.

Ecco, più o meno così: la potenza rivelatrice dello Spirito di Dio ridotta a suggeritrice da avanspettacolo. Alla mia richiesta su quali siano i Sette Doni dello Spirito, la risposta della soubrette è decisiva: “Sette doni? Io alla Cresima ho ricevuto solo una borsetta di Chanel”.

AL PLASTIC. Sembrerà incredibile, ma nel club più storico e trasgressivo di Milano ho ricevuto risposte ricche di significato e di introspettiva saggezza. Certo, sono partito un po’ male: la prima ragazzina cui avevo tuonato la domanda, vincendo Anna Oxa che urlava “Fatelo con me”, mi ha risposto che “è quell’ispirazione, non so, quel sentimento che ti ispira a fare qualcosa, o a non farne un’altra. Per esempio, abbinare il blu e il marrone: sai che non lo devi fare anche se nessuno te l’ha mai detto”.

Da questa affermazione, che forse Monsignor Ravasi apprezzerebbe da un punto di vista estetico ma certo condannerebbe da un punto di vista dottrinale, è nata una vivace discussione: un ragazzo ha sostenuto che “è la divina presenza che sta all’interno di ciascun uomo, che ci fa sentire tutti fratelli”. Detto da uno che, fino a due secondi prima, era in piedi sul bancone a imitare Samantha Fox, mi è sembrata una gran verità.

Una rossa truccata in stile Kabuki ha affermato che lo Spirito Santo è l’Angelo della Pace, che tornerà sulla terra a inaugurare un tempo di felicità. Se mi avessero detto che alle quattro del mattino mi sarei trovato al Plastic a parlare di sta roba, avrei chiamato il giudice Santi Licheri per far internare il mio interlocutore. E invece, come si sa, lo Spirito soffia dove vuole.

FUORI DALLA BASILICA DI SANT’AMBROGIO. L’ignoranza in merito allo Spirito Santo appare profonda, invincibile e inconsapevole: gli italiani non sanno di non sapere. Il che spiega molte cose, dall’Auditel alla politica.

Le cose vanno un po’ meglio quando si gioca in casa: ovvero, quando si pone la domanda a chi esce da messa.

Fuori dalla basilica meneghina, sul fatto che lo Spirito Santo sia la terza persona della Santissima Trinità ci sono pochi dubbi; mentre devo purtroppo dire che sui Sette Doni siamo anche qui messi male. La Maledizione dei Sette Nani colpisce sempre: per quanto ci si sforzi, non si riesce mai a dirli tutti!

Una signora, alla domanda sui doni, si è messa a cantare la versione italiana dell’inno “Veni Creator Spiritus”: “i Sette Doni mandaci / onnipotente Spirito / le nostre labbra trepide / in Te sapienza attingano”. E ha proseguito: “Dal mare tu ci liberi / serena pace affettaci…”. Dal MARE?! Affettaci?! La signora ci pensa un po’ su: “Effettivamente credo che si debba dire “dal male”. Ma io l’ho sempre cantata così!”.

È in buona compagnia, cara signora: alle immagini troppo difficili o distanti, come lo Spirito Santo o il male da cui farsi liberare, gli italiani preferiscono la solida e rassicurante realtà delle forme.

Come le colombe o i Padri Pii in plastica: non rappresentano molto bene lo Spirito di Dio tramite il quale Egli agisce e fa agire, ma in tinello stanno benissimo. Si venera ciò che ci somiglia: anche la mia vicina di casa ottantenne recita ogni sera il “Salvia Regina”. Non molto spirituale, d’accordo, ma siamo o non siamo il Paese della Dieta Mediterranea?

Blog & Nuvole

Sta per partire uno splendido progetto di Fruscii e Cronomoto, sviluppato con la Triennale di Milano e la Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte: Blog & Nuvole.

Le firme sono prestigiose, la grafica accattivante, l’invito invitante e i premi niente male.

Per la sezione “storie scalene” io avrei già un soggetto, che secondo me spacca.

Riassunto: Berlusconi urla a Prodi che non si deve svendere l’Alitalia a Air France, benché (in cambio di quelle poche lire) la compagnia francese avrebbe assorbito anche i debiti. A quattro mesi dal suo insediamento a Palazzo Chigi arriva dunque la famosa “cordata di imprenditori”, che in cambio del salvataggio gli impone la fondazione di una nuova compagnia e lo prega di far pagare i debiti della vecchia Alitalia a qualcuno a caso, tipo il popolo sovrano. Bruxelles un po’ ride, pensando che sia una nuova butade del nano, un po’ riesuma Monroe e la dottrina del Big Stick: che è proprio quello che ci vorrebbe, in questo momento – una sana mazzata sulla capoccia arabescata mogano del Presidente, con Mara Carfagna habillée en porno-infermiera che lo medica amorevolmente e che (per pari opportunità) consola con foga anche Brunetta. Il quale, fiero di aver ormai soppiantato la VERA brunetta (ovvero Angela Brambati) nel cuore degli italiani, prende a braccetto gli azionisti della Nuova Alitalia (che sanno che prima o poi i debiti li pagheranno loro, ma sanno anche che prima o poi un succoso appalto arriverà) e intona un eterno “mani su / mani giù / mani dove vuoi / questa musica è il ritmo che fa per noi”.

Sembra un racconto a un passo dalla fantascienza, una storia scalena degna di un’antologia del nonsense, e invece è solo la scaletta di un Ordinary Day with Silvio.

Se me la illustra Elle Kappa e vinco, vi invito in Triennale per la premiazione – dress code: Jessica Rabbit meets Rosi Bindi.

Il Ballo delle Ributtanti

Il fatto che Maria de Filippi privilegi il lavoro dietro le quinte, piuttosto che la presenza costante, granitica e monolitica sul piccolo schermo, potrebbe essere un fattore positivo: più sta seduta a scrivere, meno sta accosciata a bordo-schermo a tuonare ordini baritonali.

Se però i suoi sforzi di autrice e produttrice hanno per esito Il Ballo delle Debuttanti, un nuovo reality show previsto su Canale 5 per la prossima stagione, forse è meglio intronizzarla di nuovo sul lacrimevole girello di Amici, Uomini e Donne e C’è posta per te.

Neanche il ritorno in prime time di Rita dalla Chiesa, infatti, ci permette di sorvolare sul fatto che la formula di questo ennesimo reality è fresca come le scarpe da jogging di Elisabetta Gregoraci: verranno selezionate dieci ragazze tra i 18 e i 23 anni, e una giuria di insegnanti di varia ferocia ma di certa fede Defilippiana le plasmerà, forgerà, massacrerà fino a renderle degne del mitico Ballo, organizzato ogni anno a Vienna.

Certo, il compito è arduo: occorre insegnare alle fortunate prescelte (che sicuramente comprenderanno buzzurre, burine, sguance, sguince, finte contessine, false magre e vere stronze) come vestirsi con eleganza, acconciarsi con classe, muoversi con grazia, truccarsi con gusto e ballare come principesse. Per questo, Bloody Mary ha costruito una giuria che si muove con agilità nei palazzi reali e tra le teste coronate, e che come si suol dire “nasce bene”: Gheorghe Iancu, per esempio, o Garrison Rochelle non avranno certo problemi a impartire giuste indicazioni in merito alla mano da usare per gradire un uovo di piviere, o a quanto inchinarsi in riverenza nel caso in cui ci si trovi di fronte (nell’ordine) alla Duchessa di Alba, alla Regina di Inghilterra o a Imelda Marcos.

Forse potrà aiutarle Emanuele Filiberto, pregevole membro della giuria, sempre che nel frattempo impari a pronunciare parole sdrucciole.

I sogni devono essere alla portata di tutti, ha precisato la de Filippi.

Anche la pensione.

Perché nessuno ha ancora pensato a un reality in cui dieci impiegate, dopo quarant’anni di contributi, lottano per un pre-pensionamento senza prelievi fiscali?

Chiamami soltanto Miss Livore

Partiamo da una posizione chiara e definita, come disse Cicciolina: Naomi è innocente.

Basta con queste lapidazioni: Naomi è solo una bella ragazza con un’ottima mira. E con un carattere che va “rispettato, perché incline alla fragilità”, come dice uno dei parrucchieri che abitualmente le acconcia la ciuffa: il che è una definizione perfetta per descrivere quei momenti in cui anche voi vorreste tanto un fidanzato che vi circondi con un tennis di diamanti, ma vi trovate di fronte solo la macchinetta delle patatine.

Non avreste anche voi voglia di prenderla a calci?

Naomi ha avuto qualche flirt, è vero. Ma definirla una mantide, questo no: è solo una che non si tira indietro di fronte alle sfide. Nemmeno a quelle romantiche.

A inizio anni Novanta, quando voi andavate in giro con maglioni più sformati di una pancera di Giuliano Ferrara, Santa Naomi faceva già parte delle super modelle che dominavano il mondo a botte di cosce, sorrisi e milioni di dollari.

Nel 1992 compare nel discusso libro di Madonna “Sex” (la discussione era: lo buttiamo via subito o cerchiamo di venderlo su Secondamano?), e nel 1995 incide “Babywoman”. Se non ve lo ricordate, non fatene una tragedia: l’abbiamo comprato solo io e Amanda Lear.

Ma la trappola emotiva della sua “fragilità” era in agguato: nel 1998 una ex-assistente la accusa di averla percossa e di aver tentato di buttarla fuori da un’auto in corsa. Forse Naomi si stava solo assicurando che la cintura di sicurezza fosse allacciata, ma la storia ha preso un’altra piega, come i capelli di Eleonora Giorgi: nel 2000 viene condannata. Nel Marzo del 2007, rea di aver aggredito una colf, le viene imposto di scontare la condanna raccogliendo pattumiera a New York per cinque giorni: certo, alle informi tute da lavoro preferisce dei pratici abiti da sera incastonati di diamanti, ma affronta il suo destino con grande umiltà.

L’episodio di Londra ci fa però pensare che, forse, qualche “fragilità” sia rimasta.

Ma insomma, una ragazza non può nemmeno mostrare un minimo di sgomento per la perdita del proprio beauty-case?

  • IRASCIBILE? NO, PRECISA. OK, non è carino percuotere un’assistente perché si è dimenticata di segnare un appuntamento, né mandare all’ospedale una colf perché sospettata di aver sottratto un paio di jeans. Ma parliamoci chiaro: lavorare con degli idioti renderebbe nervoso chiunque. Naomi ha il brutto vizio di avere mano veloce e mira infallibile: certo, lancia solo oggetti di alto valore e pregio (cosa che le si deve riconoscere), ma le sue reazioni possono essere impegnative. Ma quando si altera per le imprecisioni dei suoi collaboratori, possiamo veramente darle torto? Se ogni tanto diventa irascibile, è solo perché si trova a lavorare con persone dalla scarsa professionalità: e sfido chiunque abbia una collega tonta, fancazzista o decerebrata a non aver mai desiderato di tirarle addosso la fotocopiatrice. Di spigolo, che fa più male.
  • CAPRICCIOSA? NO, SICURA DI SE’. Avvolta in un lenzuolo e con un sacchetto di Uba-Uba in vita, Naomi sembrerebbe comunque una regina. Naomi detta le sue condizioni e si aspetta che vengano rispettate, tutto qui. “Sono cara, lo so, ma valgo ogni centesimo” ha dichiarato qualche tempo fa: e ha ragione. Non si compra una Ferrari pensando che consumi come la 127 di Anna Mascolo.
  • FENOMENO DI MARKETING? NO, ARTISTA POLIVALENTE. Naomi è forse una delle pochissime persone che vengono indicate e riconosciute usando il solo nome proprio. Ha fatto del self-marketing? No, ha usato la sua bellezza nel modo più intelligente. Perché la vita di Naomi è come il suo disco: Love and Tears. Che, per avere un senso, devono rivolgersi a una platea: lo sguardo del pubblico diventa la prospettiva dalla quale dare un senso alla vita,e al punto-vita.

Con le dovute distanze, è la versione contemporanea della “Ragazza con l’orecchino di perla” di Vermeer: osservate lo sguardo innocente d quella ragazza. Di che cosa ha veramente bisogno?

Di un buon mascara, certo; e di un eye-liner che ne intensifichi l’espressione. Ma, soprattutto, ha bisogno del pittore che la sta guardando. Del pubblico, ultimo padre-padrone.

E chissà che anche quella ragazza, come Naomi, non abbia tirato qualche gessetto al suo pittore, quando si sentiva trascurata.

Cosa porta la Cicogna

Si inaugura a Parigi una personale di fotografia della Contessa Marina Cicogna.

Grande “amica del cuore” di Florinda Bolkan (come pudicamente scrive il Corriere: leggete che ne pensa la Mastropietro), signora del cinema lagunare, confidente di Ljuba Rizzoli e protagonista del jet set internazionale, Marina ha voluto riesumare un mondo che certamente non esiste più: quello in cui a far discutere era il bikini di Audrey Hepburn e non i pompini delle veline, in cui le peggiori nefandezze sessual-chic erano sublimate da poche immagini di gente che balla (ah, le povoir de l’imagination!) e dove girare con un diadema non era prerogativa di Miss Italia.

Le foto non sono male, come se una cugina un po’ eccentrica stampasse le foto delle sue storiche vacanze a lungo imprigionate in un antichi rullini, o in una digitale: solo che la cugina in questione passava le vacanze con Brigitte Bardot e Silvana Mangano, e insieme a lei sulla Tour Eiffel non posava la zia Agata ma Agatha Christie.

Quando, fra quarant’anni, Afef esporrà i suoi scatti rubati, chi saranno i divini protagonisti di quest’era elegante ed effervescente come due cubetti di letame in una flute di olio di ricino? La Gregoraci? La de Blanck? I tronisti?

Quando Balenciaga chiuse il suo atelier, nel 1968, disse con amarezza che ormai non c’era più nessuno da vestire. Forse aveva ragione: con l’aggravante che ora, purtroppo, non c’è nemmeno più nessuno da svestire.

Happily back?

Ah, quella Chanson Baladée! Quanta malinconia.

E quanta inquietudine, anche, nel momento in cui quelle note antiche ed evocative come la messa in piega di Rita Levi Montalcini indugiavano sulla figura dell’angelo con la clessidra!

Ah, la Perissi! Una dolcezza inusitata in una ragazza nata a Sondrio, terra non proprio fertile di soubrette (se escludiamo me e la Stryxia del Plastic, naturalmente); un formalismo didattico gentilmente corretto da una grande amabilità, così come i gin tonic della Regina Madre erano corretti da un filo di sverniciatore; un rispetto profondo per le notizie, le curiosità e gli aneddoti che si trovava a sciorinare, dalla commemorazione di Ave Ninchi alla conversione di San Paolo (o viceversa?).

La scomparsa di rubriche quali “L’Almanacco del giorno dopo” segna inequivocabilmente il precipizio sordido nel quale la TV italiana è precipitata.

Al posto della formazione, l’illusione; al posto della ricerca, la disperazione; al posto di quel timore ministeriale del mezzo, certo superato ma almeno controllabile, l’onnipotenza della banalità. Sembra di leggere il profilo di Solange, e invece stiamo parlando della RAI.

È vero, sono nostalgico: come Iva Zanicchi è testarda, come Megan Gayle è ubriaca, come Pamela Prati è giovanile, così io guardo con malinconia a un certo modo di fare TV.

È quindi con gioia che ho appreso che “L’Almanacco del Giorno dopo” va tuttora in onda: certo, in radio. Ma non è forse la radio come l’ultima speme, che fugge i sepolcri?

E il fatto che a condurlo sia Enrica Bonaccorti mi consola non poco: perché io, con Enrica, mi ci sono sempre identificato. Soprattutto per l’uso spregiudicato del foulard.

Toto-ministri o Totò (Riina) ministro?

Tra poco, il Cavalier Berlusconi (che di cavalleresco ha ben poco, vista la statura morale e fisica) renderà noti i nomi dei Ministri che comporranno il suo Governo.

Prima ancora che su Repubblica, battendo sul tempo il Corriere, Tom ve li propone con uno scoop mondiale: siatecene grati, e venite a Opera a portarci le arance. Sempre che anche voi siate ancora a piede libero.

  • MINISTRO PER LE PARI OPPORTUNITA’: Nilde Iotti. Come dite? È morta? Oh, cielo! E adesso? E vabbè. Per altri cinque anni, faremo a meno delle pari opportunità: d’altra parte, piuttosto che avere ancora quell’inutile Prestigiacomo, forse è meglio così.
  • MINISTRO PER I “RAPPORTI” CON IL PARLAMENTO: Mara Carfagna. Sul tipo di “rapporti” che la Carfagna intavolerà con senatori e deputati, è bene evocare Valeria Marini e stendere un vecchio peloso: ma possiamo stare certi che il neonato Governo saprà farsi ascoltare. Anche se non si parla con la bocca piena.
  • MINISTRO DELL’INTERNO: No, non sarà Maroni (ritenuto troppo democratico e progressista) ma don Gianni Baget Bozzo. Al Cavaliere e ai suoi alleati è sembrato importante, in un momento in cui la richiesta di sicurezza è molto forte, affidarsi a un uomo che ha i giusti Santi in Paradiso. Per par condicio, alla Protezione Civile ci sarà il Mago Otelma.
  • MINISTRO DI GRAZIA E PATRIZIA: Santo Versace, che (neoeletto nelle file del PDL) potrà finalmente vestire veline, letterine, commesse e altre protagoniste della vita sociale e politica della Repubblica con il gusto e la raffinatezza della Maison della Medusa. Come? Una volta si chiamava “Ministero di Grazia e Giustizia”? Spiacenti, al Cavaliere non risulta. E a me neanche, ad essere sinceri.
  • MINISTRO DEGLI ESTERI: Gennaro Gattuso. Stanco del clima irrespirabile del Milan,  grato a Berlusconi per la sua sfolgorante carriera ma irrequieto cira i futuri esiti del calciomercato, il “Ringhio” sembra la scelta adeguata per una politica estera aggressiva, interlocutoria e vincente ma sempre di classe. In diplomazia, lo stile è tutto: e qui siamo già ai rigori.
  • MINISTRO PER I RAPPORTI CON l’UE: Iva Zanicchi. Sì, finalmente ce l’ha fatta: Iva va a Strasburgo! Immediata la nomina da parte di Silvio Berlusconi, che le deve un vasto successo elettorale tra i frequentatori di frasche, fraschette e balere.  Il fiume amaro è dentro noi, cara Iva.
  • MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE: Sydne Rome. Basta con questi licei, queste università, queste inutili scuole professionali: la vera educazione alla vita nasce dal movimento, dalla destra del “fare”. La letteratura italiana sarà sostituita con aerobica, Storia diverrà Step e Geografia sarà declinata i versione Tour Operator. Facciamola rendere, questa gioventù!

Consigli di primavera

Ah, gli uomini! Vogliono una cosa sola. Ma magari se la prendessero, diamine!

Il discorso è sempre quello, purtroppo: trovare qualcuno di interessante, interessato e potenzialmente libero è una sfida contro l’inarrestabile ferocia della sorte, come se foste Linda Evans costretta a fare i conti con Joan Collins sul discorso abiti da cocktail. È un guanto gettato in faccia ai fluttuanti misteri del destino: un gesto dall’esito disperato come un getto di Rotowash (caricata con acqua e ammoniaca, o detersivo non schiumoso) sugli aloni di unto che Pippo Baudo lascerebbe sui poggiatesta del vostro divano.

Le nostre amiche single lo sanno molto bene: nella vita come a Hollywood, ricorda Goldie Hawn, le donne possono avere solo tre ruoli – bomba sexy, procuratore distrettuale, a spasso con Daisy.

Ma anche i gay infelicemente single non stanno messi meglio: certo, intrattenere estemporanei commerci sessuali è senz’altro più semplice (a meno che siate Poirot e vi ostiniate a voler rimorchiare gratuitamente splendidi modelli scandinavi), ma per chi cerca la costruzione del sentimento la strada è tutta in salita.

Non c’è più la voglia di impegnarsi, dicono le Zie, nascondendo sotto il lavoro a maglia la password per accedere a siti ad hoc che non aprirei di fronte a Suor Germana.

Non c’è più la possibilità di conoscersi, ribadiscono le Impegnate, nascondendo dietro l’American Express un abbonamento alla più vicina Sauna (ricordatevi almeno il guanto di crine per lo scrub: alla mala parata, ammortizzerete il biglietto d’ingresso con una pelle più pura).

Non c’è più la volontà di sacrificarsi, infilzano le emule della Berté, schiacciandosi contro il muro per sentirsi eroi.

Perché questo è il lato B del problema: una volta trovato un uomo (glissons sulle modalità, nevvero) come fare a tenerselo?

Da oggi, le più insicure possono trovare on-line una serie di impagabili consigli sul sito di Cosmopolitan, versione originale americana: il mensile che da decenni snocciola sacrosante verità su fellatio, orgasmo, posizioni e UOMINI è ora pronto a soccorrere le naufraghe del web, insicure se accettare le profferte di Sagittario Berga-maschio.

A tutte le altre, mi permetto di dare un consiglio pratico: prima di donare il vostro corpo ai nuovi enfants chéris, fateli parlare. Se, dopo una semplice conversazione, vi rendete conto che:

-       il ragazzo in questione ha più tatuaggi che anni;

-       si esprime più che altro con espressioni onomatopeiche di chiara provenienza esofagica;

-       si veste come Alba Parietti (mi rendo conto che le parole “vestire” e “Alba Parietti” difficilmente si trovino a rientrare nella stessa frase, ma a volte succede);

-       ha ancora capito se “Milano” sia la città in cui si trova o il panino che ha mangiato, crede che Gesù sia effettivamente morto nel sonno e che Sophia Loren abiti nella torre di Pisa;

in questi casi, dicevo vi consiglio di sfoderare il vostro migliore sorriso, tenere stretta a voi la borsetta e scappare via, prima che il rimorso vi faccia sentire come la Taylor in “Venere in Visone”.

Se invece il ragazzo che avete dragato si rivela essere (oltre che un figo) pure carino, intelligente e simpatico, telefonate ai Tele Evangelisti che trasmettono da TeleCapri e fatevi sposare in diretta: con un piccolo vaglia, avrete un matrimonio da mettere nel curriculum.

Non hanno pane, dicono

Sfido chiunque a dire con onestà e specchiato senso morale che leggere questo blog sia un’esperienza come tutte le altre.

O che vi ci siete imbattuti per caso.

Perché diciamocelo chiaramente: il caso è quella volta nella vita in cui la barista azzecca a darvi il ghiacciolo del colore giusto.

O quell’irripetibile istante in cui la voce automatica del casello, a forza di ricevere maledizioni dagli automobilisti, anziché gracchiarvi il solito odioso “Arrivederci”, si mette a tossire fino a esalare l’ultimo respiro mentre voi sgommate via ridendo selvaggiamente, sentendovi finalmente ripagati di tutte le ingiustizie del mondo.

In tutte le altre situazioni, più che di caso, citerei Roberto Michels e parlerei di legge ferrea dell’oligarchia: se non siete tra quei pochissimi esseri umani che la Natura ha beneficiato di un metabolismo attivo, di una carta di credito più platinata di Gwen Stefani e di un massaggiatore privato in grado di sbloccare anche la cervicale di Stilli dello Specchio Magico (che, poveretta, non aveva neanche più il collo), allora sappiate che la vostra vita sarà durissima e ricca di esperienze prostranti. Ma leggere il suo blog vi aiuterà anche nei frangenti più dolorosi. Bravissima.