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Attenti al Lupo

Il lupo in calzoncini corti è un documentario che racconta le storie di due famiglie omogenitoriali nell’Italia di oggi, fanalino di coda europeo in tema di diritti civili.
E’ stato realizzato con una “produzione dal basso”, grazie al pubblico che ha partecipato attivamente attraverso il pre-acquisto del DVD del film. Noi abbiamo fatto parte di quel pubblico. Il lupo è finalmente andato in onda, un paio di notti fonde fa, su Rai3; ma lo trovate qui. Sono 50 minuti: fatevi un regalo, uno di questi giorni prendetevi un’ora di relax e guardatelo.

Un abbraccio alle registe del film e ai miei amici Luca e Francesco. Avete fatto qualcosa di bello e importante.

Spalle al muro

Davvero, non è proprio necessario che me lo veniate a dire voi. Lo so perfettamente da me, che Renato Zero è una roba indifendibile. Indifendibile e irritante. Le sue ultime dichiarazioni mi fanno l’effetto delle unghie che graffiano la lavagna. E volevo scriverne, perchè i miei 13 anni sono stati terremotati da Zero. Sarà puerile e non mi darà l’allure di fine buongustaio, ma Renato Zero io l’ho amato con le viscere, come non ho più amato (musicalmente parlando) nessuno. Questo volevo raccontare a chi, negli anni ’70, non c’era, o era troppo piccolo per ricordare: e so già che sarò un poco più lungo del solito, ma questa è proprio una cosa che mi tocca profondamente, e insomma, io ci sto ancora più male perchè non dovete credere a quelli che lo liquidano da sempre come un mariomerola col rossetto, come un guitto melodico di nessuna importanza.

Zero, invece, è stato qualcosa di molto importante per la musica italiana. L’ha afferrata senza tanti complimenti, smontata e sovvertita, e dopo di lui nulla è stato più come prima. Per alcuni magici anni – 1977, ‘78, ‘79 – ha sfornato tre capolavori pop che sono tra i migliori dischi italiani di sempre, con arrangiamenti che ancora adesso sono insuperati, testi urticanti, cattivi, anarchici, libertari, emozionanti, uno sberleffo contro tutte le convenzioni. Uno squarcio nella cartapesta degli orripilanti e noiosissimi cantautori politici da una parte e uno schiaffone all’anemica musichetta di superclassificashow dall’altra. Un talento strabordante e fecondissimo, che quelle merdine degli amicidimaria che ci ritroviamo oggi non lo vedono nemmeno col cannocchiale. Questa cosa non la dice mai nessuno, ma sarebbe ingeneroso non riconoscergliela.

Si travestiva, ancheggiava, a volte era davvero greve. Trampoli, rossetto, e per contrasto una voce che ruggiva. Non avevo bisogno di sapere se fosse gay o meno. Del resto, nemmeno io avevo il coraggio di ammetterlo con me stesso. Non era semplicemente gay: era qualcosa di più, era dalla mia parte, e sentivo che forse ci voleva più coraggio a travestirsi che a fare il militante e confessare il sesso con uomini (cosa che peraltro fece, in un’intervista a Roberto Gervaso che ancora ricordo. E potete immaginare quanto mi impressionò).

Quel Renato Zero lì io lo amo ancora, lo ascolto ancora. Il “perverso polimorfo” non ha perso un grammo della sua modernità, del suo straordinario magnetismo, della sua carica trasgressiva e rivoluzionaria (e questo la dice lunga su come siamo ridotti oggi. Ma non credo sia una sua responsabilità, almeno questo).

Poi è successo qualcosa. Lo Zero anarchico – conservatore (perchè conservatore, e religioso a modo suo, lo è stato sempre: anzi, la commistione ambigua tra le due anime era ciò che lo rendeva davvero originale e “italiano”) è andato in testacoda. Dai primi anni ’80 smette di ruggire, s’imbolsisce, la sua musica si sclerotizza. Comincia a cantare avemarie imbarazzanti. L’originale sembra sostituito da un sosia, da un baccellone disilluso, dal fantasma di quello che era. L’iconoclasta di genio scompare per sempre. Suo il diritto di crescere e di evolvere, mio il diritto di rimpiangere la sua unicità.

Ma la verità è che Zero era un irregolare che dava fastidio a tantissimi anche allora. Il primo Zero, quello più oscuro e malato, quello che con la sua ambiguità nevrotica e irrisolta diventava sin troppo rassicurante per i “normali”, non poteva piacere a quella gran parte del movimento gay alla ricerca di una omologazione il più indolore possibile. Agli irriducibili della causa, invece, Zero dava già noia per quel suo continuo danzare sul filo dell’equivoco senza mai metterci la faccia veramente. Per la sua presunta, furba ipocrisia.

Io credo che se c’è una categoria che può permettersi di giocare con l’ambiguità sessuale, di dire e non dire, di camminare sul filo, quella è proprio la categoria degli artisti. Non necessariamente per malafede o per tornaconto, ma magari anche solo per la sacrosanta ambizione di essere qualcosa di “altro” rispetto a un Tom Robinson. Proprio per questo non ho mai sopportato le prefiche del coming out “politico” a tutti i costi, che adesso passeggiano tranquille ai Pride ballando Lady Gaga e non si sforzano di immaginare quanto coraggio sia servito a un giovanissimo coatto travestito negli anni del centralismo democratico e delle Fiat 127.  Ma quello che Zero va dicendo adesso è peggio che irritante. E’ patetico. E io chiudo internet, alzo il volume di Zerofobia e faccio finta che quel grasso, triste signore sopravvissuto a sè stesso sia un’altra persona.

E, davvero, lo è.

Se non l’avete ancora capito vi facciamo un disegnino

«Per quanto riguarda le adozioni, invece no. Su questo, sono proprio contraria. La famiglia è un bene inattaccabile e i bambini che crescono hanno bisogno di vedere entrambe le figure dei genitori, sia quella femminile che quella maschile». Parole della signora Iva Zanicchi, fresca vincitrice del Pegaso d’Oro di ArciGay, premio per chi si è contraddistinto nel sostenere la dignità delle persone omosessuali, bisessuali e transgender. Come dice giustamente Chiara Lalli, se questi sono quelli che devono proteggere i diritti di qualcuno, dio ci scampi da quanti vogliono affossarli.  Per quanto mi riguarda, un piccolo consiglio ad ArciGay: tra un’”icona gay” e un personaggio “gay friendly” c’è una differenza non banale. Dopo aver infilato questa ennesima figura di merda, sarebbe il caso di prenderne atto.

Daje al frocio

Sono convinto di una cosa: che il nostro prestigioso Parlamento, prima di varare una qualsiasi legge contro l’omofobia, stia aspettando che ci scappi il morto. Non avranno da aspettare ancora per molto.

Parole sante

Il mio nuovo maître à penser. ;-)

Webcam nella tomba del papa

Così, metti caso che si risvegli… e siamo sulla notizia.

Ma sbalordisciti per tua sorella

Non so voi, ma provo un gran fastidio per tutta questa enfasi sullo scatto rubato ai due famosi calciatori. C’è il gruppo di Facebook “anch’io sono rimasto sbalordito nel vedere la foto di Ibra e Piqué”, e capirai: non sarà sicuramente il gruppo più scemo di questo social network, che ne conta altri trilioni ancor più fessi. Quello che fa specie è tutta la prosopopea finto-scandalizzata e finto-divertita del più grande quotidiano italiano, che affida al tuttologo Severgnini la gestione di un forum dedicato a chi le spara più cretine.

Si parla ormai da anni di calciatori omosessuali o presunti tali, con interviste a praticamente tutto il parterre di allenatori, massaggiatori, procuratori. Ma il Corriere “si sbalordisce”. Speriamo che qualcuno passi di lì e gli chiuda la mascella spalancata, a quelli di via Solferino.

Una vera sagoma

Ricevo dall’amico Mario, e volentieri pubblico.

In questi giorni si è parlato molto di padre Cantalamessa, balzato agli onori delle cronache per aver proposto il paragone fra le polemiche che stanno coinvolgendo la Chiesa cattolica a proposito di pedofilia e le persecuzioni dell’antisemitismo; un paragone finito con l’ennesimo tentativo di retromarcia e le accuse di franteindimento, in puro stile Bagnasco. Non voglio qui affrontare il tema della storia usata come un cappello da cui estrarre il coniglio dell’antisemitismo per fare spettacolo a proprio uso e consumo, perché l’argomento è così disgustoso che ogni aggiunta è superflua.

Ritengo opportuno far conoscere che padre Cantalamessa possiede sicuramente un curriculum di tutto rispetto a proposito del concetto di differenza. Infatti, il telepredicatore non ha trascurato un altro aspetto tipico e caratterizzante: prima di quello religioso non poteva mancare nel suo bagaglio un illuminante intervento sull’orientamento sessuale. Durante la trasmissione A Sua immagine del 30-12-2006 trasmise via etere la storia di un ragazzo omosessuale «aiutato da un gruppo di sostegno» che «ha scoperto che c’era in lui la possibilità di vivere in un altro modo la sua sessualità. Questa esperienza non vuole proporsi come un modello universale, però ci dice almeno una cosa: che la omosessualità non è sempre una condizione irreversibile, può cambiare ed è bene sapere anche questo» [trascrizioni letterali]. Il citato «gruppo di sostegno» era nientemeno che la setta Arkeon, che padre Cantalamessa aveva già visitato nella puntata di A Sua immagine dell’11-09-2004. Per la cronaca, la Procura di Bari ha rinviato a giudizio nel 2009 undici capi di tale setta con accuse varie fra cui associazione per delinquere, truffa, esercizio abusivo della professione medica, violenza privata e maltrattamenti di minori.

Potete riascoltare le illuminate parole del frate sull’omosessualità quale condizione reversibile (un po’ come l’ebraismo, viene da chiedersi… ).

Mine e buchi

Sono andato a vedere l’ultimo Ozpetek, Mine Vaganti, accompagnato da recensioni che andavano da “capolavoro, ho riso tutto il tempo, alla fine c’è stato l’applauso” a “guarda, la cosa più orrenda e insipida che ho visto negli ultimi 50 anni” (’sagerati).

L’ho trovato un film di Ozpetek: gradevole, non un capolavoro ma neanche una ciofeca, leggero ma con qualche spunto e sfumatura che poi ci ripensi su. L’unica cosa su cui mi fermerei ad argomentare è l’accusa che ho letto su alcuni blog, e cioè che il film ha dei “buchi narrativi”. Ora: Mine Vaganti può essere bello o brutto, divertente o noioso. Ma non ha buchi narrativi. Ci sono delle cose solo accennate, e altre che sono lasciate all’immaginazione e all’intuito dello spettatore. Forse il problema è che ultimamente ci propinano fiction tv piatte e didascaliche, per un target di deficienti quali pensano che siamo. Mancano solo i sottotitoli (e secondo me ci stanno pensando) che dicano “attento, ora il protagonista cade dalle scale o bacia lei, preparati”. Appena arriva qualcosa che richiede di accendere il cervello, anche al minimo sindacale, ci agitiamo.

Ci si vede lì?

Venerdì 19 marzo si tiene la presentazione milanese di Abbabusiness, scopri il lato b delle imprese”, libro scritto a quattro mani dai miei amici Giampaolo Colletti (Technogym) e Andrea Notarnicola del Gruppo24Ore per le Edizioni Croce.  Abbabusiness racconta quanto sia importante e strategico l’innesto della cultura della diversità di genere e il ruolo della comunità GLBT nelle aziende, e quanto sia importante la creazione di una comunità inclusiva per il business dell’impresa.

Ci si trova alle 18.30 presso La Feltrinelli in Duomo: ci saranno Ivan Scalfarotto (vice-Presidente PD e gia’ HR Director), Alessandra Mazzei (Università IULM) e, udite udite, il sottoscritto, nella sua identità segreta di manager di multinazionale. Modererà l’incontro Giuliano Federico (Gay.TV).

Vi aspettiamo! :-)